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日志


2008/7/17

Narciso e Boccadoro

 
La crepitante erba d'autunno offriva un sedile asciutto e l'occhio dominava tutta l'ampia valle e di là
dal fiume le colline e le montagne, catene dietro catene, fin dove cielo e monti si incontravano in un
gioco di luci azzurrognole e non si distinguevano più. Tutto questo vasto paese, più oltre ancora di
dove l'occhio potesse giungere, egli l'aveva percorso a piedi; tutte queste regioni, che ormai si
perdevano nella lontananza e nel ricordo, erano state un giorno vicine e presenti. In quei boschi egli
aveva dormito cento volte, mangiato mirtilli, patito la fame e il freddo; su quelle creste di montagne e
strisce di landa aveva camminato, pieno e triste, fresco di forze e stanco. In qualche punto di quella
lontananza, oltre l'orizzonte, giacevano le ossa bruciate della buona Lena, altrove continuava forse la
sua marcia vagabonda il compagno Roberto, se non l'aveva colto la peste; in qualche luogo laggiù giaceva l'ucciso Vittore, in qualche altro luogo, lontano e incantato, il convento della sua adolescenza; da una parte sorgeva il castello del cavaliere dalle belle figliole, dall'altra parte correva misera e
inseguita la povera Rebecca, o era perita. Tutti questi luoghi dispersi, lande e boschi, città e
villaggi, castelli e conventi, tutte queste persone, vive o morte che fossero, esistevano dentro di lui,
unite fra loro, nel suo ricordo, nel suo amore, nel suo pentimento, nella sua nostalgia. E se il giorno
dopo la morte avesse colto anche lui, tutto questo si sarebbe di nuovo disperso, dileguato, tutto il suo
libro di figure, così pieno di donne e di amore, di mattini estivi e di notti invernali! Oh, doveva
affrettarsi ancora a fare qualcosa, a creare ed a lasciare dietro di sè qualcosa che gli sopravvivesse.
Di tutta la sua vita, delle sue peregrinazioni, di tutti gli anni trascorsi dal giorno in cui si era
lanciato nel mondo, poco frutto era rimasto. Eran rimaste quelle due o tre figure, da lui foggiate una
volta nell'officina, specialmente l'apostolo Giovanni, e poi quel libro di immagini, quel mondo irreale
che viveva nella sua mente, il mondo bello e doloroso dei ricordi. Sarebbe riuscito a salvare qualcosa
di questo mondo intimo e a tradurlo nell'esterno? O avrebbe continuato sempre ad andare così: sempre
nuove città, nuovi paesi, nuove donne, nuove vicende, nuove immagini, l'una sopra l'altra, di cui non
portava con sè che questa inquieta, traboccante pienezza del cuore, tanto bella quanto tormentosa?
Era una cosa terribile esser burlati così dalla vita, c'era da riderne o da piangerne! O si viveva
lasciando giocare i propri sensi, succhiando perdutamente al petto dell'antica madre Eva, e allora si
gustavano bensì piaceri sublimi, ma nulla si salvava dalla caducità; si era allora come un fungo nel
bosco, oggi rigoglioso e di colori vivaci e domani marcito. Oppure si cercava di difendersi, ci si
chiudeva nell'officina e ci si sforzava di costruire un monumento alla vita fugace: e allora bisognava
rinunciare alla vita, allora non si era più che strumenti, allora si serviva bensì l'immortalità, ma
intanto ci si inaridiva e si perdeva la libertà, la pienezza, la gioia della vita. Così era avvenuto a
maestro Nicola. Ah, eppure tutta questa vita aveva un senso soltanto se l'uno e l'altro scopo si
potevano raggiungere, se non c'era questa scissione provocata da un arido aut aut! Creare, ma non a
prezzo della vita! Vivere, ma senza rinunciare alla nobiltà della creazione! Non era dunque possibile?
Forse c'erano uomini a cui era possibile. Forse c'erano mariti e padri di famiglia che serbando la
fedeltà non perdevano il piacere dei sensi? Forse c'erano sedentari, a cui la mancanza di libertà e di
pericolo non facevano inaridire il cuore? Forse. Egli non ne aveva visti ancora.